Miklós Vámos
Il Libro Dei Padri
Capitolo 1.
Il mondo si risveglia. Verdi profumi filtrano attraverso i confini portando la promessa della primavera. Minuscoli fili sbucano dai solchi. Vergini gemme si schiudono sulla punta dei rami. Una parata di tenere erbe avanza nei campi. Sul fianco dei colli fiorisce il biancospino. La corona cornuta dei noci sopravvissuta all’inverno è ancora spoglia. I germogli che gettano le nuove foglie rimestano desiderosi le acque del cielo.
*
Il villaggio di Kos, giunti che vi fummo nel mese di San Giorgio Anno del Signore 1705, 5 volte fu devastato quell’anno e nello successivo, di queste, 3 volte ad opra delle armate kurucz, 2 volte ad opra dei labancz. Di 74 case al meno un terzo finirono arse o in rovina, l’altro terzo rimase deserto, ché gli abitanti le abbandonarono migrando in cerca di contrade più pacifiche. Così in questo villaggio il brioso fervore della vita si moderò completamente, i campi a stento venivan coltivati, anche il numero degli animali domestici scemò invero parecchio. Quando ci accingemmo al trascorrere la prima notte nella magione, Kornél, mio nipote, così chiese, per sopraggiunta in tedesco: non sarebbe cosa migliore tornare alla nostra casa? Domanda che in seguito anche noi più e più volte non cessammo di porci.
Così iniziavano le note di nonno Czuczor in quel libro da memorie, con la coperta in tela, ch’egli avea ricevuto in dono dalla sua figlia Zsuzsánna. Parlava tedesco, slovacco, ungherese in maniera eccellente, ma quanto allo scrivere, fin’allora, s’era cimentato solo in tedesco. Tornato che fu nella patria ungarica, volle tenere un diario nella sua lingua madre. Forse anelando che Kornél suo nipote, un volta cresciuto, l’avrebbe letto. In tre, a bordo d’un convoglio di carri coperti, essi erano giunti dalla Bavaria, dove nonno Czuczor e suo fratello maggiore eransi stabiliti in seguito all’accusa di complicità con la congiura ordita da Wesselény che gran polverone avea sollevato. I fratelli Czuczor, tra l’altro, sostennero che i loro nomi non potessero in modo alcuno legarsi ai cospiratori, ma ciò fu sforzo vano, spuntarono lettere mendaci che furono d’accusa, sicché essi non poterono sfuggire al loro destino – la condanna per alto tradimento –, i loro beni vennero requisiti e, se non fossero scappati di gran carriera fuori dal paese, probabilmente, gli avrebbero spiccato anche il capo dal tronco. Laggiù forestieri acquistarono intelligenza nel mestiere di typographo e fusore di caratteri, e allestirono un’officina. In seguito si dedicarono anche alla legatura dei libri. Nel registro della corporazione di Thüningen comparve allora il nome Czuczur Brüder.
Nonno Czuczor non riuscì mai a sentir affetto verso quelle terre vaste e tempestose, nemmanco verso i bavaresi indefessi bevitori di birra, diffidava tetramente fossero colpevoli delle morti avvicendatesi in seno alla famiglia sua. Non v’è quindi da stupirsi se, ricevuta ch’ebbe la nuova a proposito della patente del Principe Reggente, si precipitò subitaneamente nell’officina dove il fratello era intento ad aggiustare il righello compositoio. – Or finalmente possiamo far su i nostri fagotti – gridò dalle scale. Gli mostrò le righe latine in una copia stropicciata del Mercurius Hungaricus. Potevano tornare salvi con l’immunità in uno qualunque dei villaggi ungarici spopolati.
Non riuscii a smuovere mio fratello in alcun modo, egli rifiutò il ritorno a casa insieme con noi, preferendo restare in Thüningen, dove ormai s’era trovato in ambiente, per condurre innanzi l’officina. Da allora non udimmo mai più nuove sul conto suo. Zsuzsánna era preoccupata per lo stato del piccolo Kornél, coi miseri tempi che correvano mancava il cibo sufficiente al nitrimento di codesto bambino appena pubere (non avea che 4 anni), soffrivamo penuria non solo di carne, bensì pure di ovi.
Sopraggiunti che furono in patria, in capo a un viaggio arduo molto, trovarono sistemazione, con esigua comodità, in un maniero messo loro a disposizione in fondo al villaggio. Nonno Czuczor sotterrò immediatamente il denaro all’estremità del giardino, dietro i roseti, senza indicare il luogo del nascondiglio né a suo nipote, né a sua figlia. Lo conosceva solo Wilhelm, il giovane garzone che aveano portato con sè da Thüningen, e che l’avea aiutato a sotterrare.
- Wilhelm, du mußt das nie erzählen, verstehst du mich? – Nonno Czuczor minacciò con un gesto eloquente: se avesse rivelato il segreto a chiunque fosse egli gli avrebbe tagliato la gola.
- Jawohl – il fanciullo spaventato quietava ogni domanda od ogni ordine sempre con questa istessa parola, che somigliava al guaito di un cane. In ungherese il tanto che Wilhelm sapeva pronunciare era un janapot, ovvero buongiorno.
Kornél veniva spesso motteggiato dagli altri ragazzi per i suoi capelli fini e biondi, gialli come paglia, per le sue smisurate orecchie a sventola, e, talvolta, per le parole tedesche che mescolava nei discorsi. La lingua ungherese s’impresse nella sua mente con rapidità, sebbene quei tempi fossero affatto tranquilli e atti allo studio. Da ogni dove giungevano notizie funeste,
Il gracile ragazzino avea il tormento d’una fame che mai si sopiva, ma non s’univa mai alle chiassose bande dei marmocchi del villaggio che, nonostante il divieto dei genitori, vagavano pe’ campi e boschi, arraffando ogni qual cosa ritenessero commestibile. Kornél preferiva cercare la compagnia del nonno, per lunghe ore sedeva in ozio nel porticato dove nonno Czuczor teneva gli strumenti per fabbricare i libri che si era portato a casa. Kornél provava a dare ausilio ma, solitamente, il tentativo fallava perché egli non dimostrò mai, né allora, né in futuro, abilità particolare nell’uso delle mani. Ecco l’orbo che guida il cieco, pensava nonno Czuczor, conscio che i dieci piccoli assistenti di cui madre natura l’avea dotato si facevano vieppiù nodosi e tremolanti. In passato non tagliava mai l’unghia del pollice destro, al fine d’usarla come uno strumento lungo e affilato per estrarre più rapidamente le lettere dalla loro scatola. Oggigiorno, invece, ogni qual cosa intraprendesse, quell’unghia si spezzava in senso longitudinale, e gli serviva al più per raschiare qualche rimasuglio d’inchiostro.
- Va’ pure a baloccare con i tuoi amichetti!
Il fanciullo epperò non si muoveva: - Preferisco i tuoi racconti!
Nonno Czuczor allora prendeva un fiato profondo e cominciava. – Sai che un tempo la buonanima di mio padre, Szaniszló Czuczor di Felsőfenyves, ricevette il titolo nobiliare da György Rákóczi I, dopo la campagna contro Vienna, per la sua eccezionale audacia.
- Lo so. Raccontami di quando la mamma era piccola! E della mamma della mamma!
Nonno Czuczor scuoteva la testa. Il ricordo gli cagionava ancora forte doglianza. Avea sposato una graziosa donzella tedesca a Thüningen. Gisella, donna laboriosa, di scarse parole, gli avea dato sei figli, i quali – a parte l’ultima, Zsuzsánna – poco dopo ch’aveano visto la luce del sole restituirono l’alma al Creatore. Duramente provata dai sei parti, anche il filo della sua vita si spezzò. Nonno Czuczor s’incanutì nei capelli per la morte della moglie e ogni mattina stringeva a sé disperatamente il rachitico corpicino di Zsuzsánna (Susanna) che al tempo avea tre anni: - Resta con me almeno te, mia piccola santa!
La bambina sbatteva le palpebre spaventata: - Was ist das, Vati? – non sapeva ancora parlare in ungherese.
- Ach, du mußt mir bleiben, Liebchen! – nonno Czuczor.
Zsuzsánna nel giro di quindici fuggevoli anni divenne una fanciulla da marito, poi, secondo l’ordine e il costume, andò in isposa a Péter Csillag, rampollo d’un’altra famiglia fuggiasca. Péter Csillag riuscì a godere le delizie della vita coniugale per soli cinque mesi e mezzo, ché durante una battuta di caccia il cavallo lo disarcionò e fu a tal segno sfortunato che nel cadere picchiò il capo contro un tronco d’albero e non riprese più conoscenza, fintantoché rese l’anima dopo due settimane trascorse in stato di morto vivente.
- Nonno, perché non racconti?
Allora cominciava una storia dei tempi remoti che egli, a sua volta, avea ascoltato da bambino. Il bisavolo di Kornél, Boldizsár Czuczor, pintore di mano svelta, mostrava un talento senza pari surttutto nell’eseguire ritratti. La sua memoria fissava ciò che vedeva senza lacuna minima, non necessitava di far sedere il modello davanti a sé, gli bastava d’aver dato una sola volta occhiata al suo viso. Sua moglie Katalin, era famosa fin nelle terre più lontane per la sua naturale beltà, e spesso finiva immortalata sulle tele di Boldizsár Czuczor. Non la si poteva invece, certo, prendere ad ispirazione per plasmare statue di fedeltà coniugale. Una volta Boldizsár Czuczor la scoprì insieme con un ufficiale di stanza alla guarnigione locale. Afferrata ch’ebbe la situazione, egli richiuse con augusta calma la porta, augurando a loro gentilmente: “Godete a vostro piacimento!”. Quei due, trascorso il primiero spavento, convennero d’aver commesso un errore. Al sorgere del sole Czuczor Boldizsár fece servir loro una lauta colazione, poi convocò l’ufficiale nell’edificio dei bagni. E là dentro, epperò, lo cosparse d’una pittura verde dalla testa giù fin ai piedi. La notizia del fatto corse, ché il capitano, non essendo riuscito in modo alcuno a lavar via di dosso la tintura verde, cercò nascondimento nei suoi alloggi fintantoché potè il farlo. Infine mandò a chiamare Boldizsár Czuczor, chiese umiliato di rivelargli il segreto della pittura perché qualora non se ne fosse liberato non avrebbe più potuto vivere oltre al ludibrio del mondo. lui gli disse: “Signor ufficiale, voi mi avete gettato addosso una vergogna che non potrò mai cancellare ora è giusto che condividiate l’istesso destino con me!”
- L’ultima volta avea pitturato anche la moglie – Kornél.
- Come?
- Il signor nonno non me l’avea raccontata così... e il pintore non avea detto godete a vostro piacimento.
- Bensì?
- Avea detto – Kornél fece una voce più profonda e roca imitando quella del nonno: - Soddisfatevi pure!
Nonno Czuczor si grattò la nuca: - Mmh... è possibile – non era la prima volta che il nipote lo sorprendeva con il suo acuto ingegno. Quell’istesso giorno il bambino gli chiese informazioni riguardo ai numeri e poi li ricordò tutti fino a cento dopo averli uditi una volta sola, e incise le loro forme sulla cera indurita nella bigoncia. – Hai preso dal tuo bisavolo.
- E’ vero, perché anch’io fisso ciò che vedo senza lacune.
- Davvero? – nonno Czuczor poggiò il palmo della mano sinistra a chiudere gli occhi del nipote: - Sei capace di elencare tutto quello che hai visto sul tavolo da lavoro?
Kornél richiamò alla mente la visione del tavolo da lavoro, l’immagine gli apparve nitida, senza difetti, e si mise ad elencare con voce squillante facendo la spunta: 2 angoli, 4 matasse di spago, 1 torchio a mano, 1 taglietto, 1 tallone, 1 compositoio, 2 bulini, 30 filetti, 2 dozzine di guide, 3 cassettiere con caratteri e spazi, 7 libri, più di 100 fogli di carta stampata, 1 occhiale e 2 lenti d’ingrandimento, 2 scatolette di carta con le tue medicine che oggi non hai ancora preso, il libro delle memorie, accanto 1 calamaio, 4 penne d’oca… e 1 mosca! – si tacque.
- Come fai a sapere che cos’è un angolo, un filetto, e un tallone?
- L’ho sentito... e il mio signor nonno li ha anche elencati nel suo libro delle memorie!
Nonno Czuczor impiegò qualche istante per ricordarsene: effettivamente a Thüningen avea compilato una lista degli strumenti prima di sistemarli nelle casse. – E quindi... tu sai anche leggere?
- Certo! - Kornél dispose innanzi a sé uno dei fogli stampati, poi lento, ma deciso, e soprattutto conformemente al testo, lesse. Nonno Czuczor inforcò l’occhiale e accompagnò con gli occhi quelle righe così preziose.
DA SUA ALTEZZA MISERICORDIOSA, NOSTRO SIGNORE FERENCZ RAKOCZI, PRINCIPE DI FELSÖ-VADASZ:
sulle inaudite spoliazioni patite dalla nostra nazione e dalla nostra cara patria caduta sotto il crudele dominio della nazione tedesca, sulle sofferenze sommamente indegne di Sua Maestà.
Sull’innocenza dell’armi hongariche impugnate al fine di liberarsi dalla prepotenza della Casa d’Austria, si offre a conoscenza dell’universo mondo cristiano il presente MANIFESTUM. Il quale esso fu pubblicato da prima in latino e ora, rinnovatamente, in lingua hongaricha.
Nonno Czuczor ricevette l’esemplare gualcito del proclama emanato dal principe reggente in una mescita di birra in Thüningen per mano d’un viaggiatore giunto dalla patria. S’apparecchiò a stamparne copie esso istesso.
D’improvviso si staccò dal passato. Signore mio Iddio, pensò, questo ragazzino non ha ancora compiuto il quarto anno d’età eppure sa già leggere con perfezione! – C’è forse qualche tuo amico che ti ha istruito?
- No.
- Chi dunque è stato?
- Nessuno... son cose c’ho appreso da me medesimo.
- Non farti burle di me!
- Non me ne faccio in gnun modo... ho guardato le tue carte e ho imparato a discernere le lettere. Ma perché di tanto in tanto si mette la f al posto della s?
- Solo là dove essa è come lettera doppia... dove c’è la sz.
- Bene, ma allora perché v’è scritto Auftria?
- E’ vero... anche lì ci vorrebbe la z... se la sono dimenticata – nonno Czuczor rimase di stucco, innumere volte avea posato gli occhi sul manifesto, e non mai s’era accorto di questo lapsus. Avrebbe potuto fare del suo piccolo Kornélka un eccellente correctore, pensò. Chiamò sua figlia: - Zsuzsánna, veloce, vieni qui, guarda che cosa sa il nostro piccolo lentigginoso!
Kornél si slanciò da capo: - DA SUA ALTEZZA MISERICORDIOSA, NOSTRO SIGNORE FERENCZ RAKOCZI, PRINCIPE DI FELSÖ-VADASZ... signor nonno perché non sono state messe le verghe sulla E e sulla O?
- Quali verghe? – Zsuzsánna si chinò più vicino al foglio di carta.
- Sulle lettere capitali non si usano, lo si fa al massimo con la Á o con la Ö – nonno Czuczor.
- Che cosa sono queste capitali? – Zsuzsánna.
- Le lettere dei titoli – la riprese severo nonno Czuczor. In tutti quegli anni, almeno quello, avrebbe dovuto restarle nella zucca. Invece Zsuzsánna, nonostante gli sforzi compiuti da suo padre, non avea mai imparato a leggere e scrivere. Fortunatamente, il piccolo Kornél non avea ereditato la testa della madre.
Mio nipote Kornél è riuscito a leggere ciò che ivi ho scritto, per cui non s’è meritato i soliti rimproveri, dunque m’ammira sì tanto ch’ha imparato a leggere? In generale usa le parole con grande talento. Chissà se diventerà un predicatore o un erudito professore? Se non vivessimo tempi così confusi, lo condurrei volentieri a Enyed o a Nagyszombat ad ascoltare sul suo conto l’opinione di chi se ne intende. Ma se fin solo l’uscir dal villaggio può essere periglioso, figuriamoci l’intraprendere un viaggio. Stando a quanto dicono, a un giorno di strada d’in qui, l’eserciti dei kurucz e dei labanc s’apprestano a darsi battaglia. Quello che volgerà le terga, è da temersi, galopperà fin qui, e un’armata in rotta non conosce misericordia.
La notte si fece chiara come l’alba. Nonno Czuczor balzò dal letto, si precipitò in giardino. Guardò s’anche il vicinato era in piedi scordando, nel ridestarsi dal sonno, che le case accanto alla loro erano ancora disabitate. Giù in fondo alla valle ardevano incendi, i bagliori rossastri delineavano i contorni del paesaggio fin quasi a Varasd
Anche Zsuzsánna corse fuori di casa, con il bambino piangente sulle spalle e tra le braccia la bisaccia preparata da giorni, con dentro provviste, un cambio di biancaria, candele e utensili di prima necessità. – Venite, presto! – urlò al padre. Nonno Czuczor tornò in casa di corsa, saltò negli stivali, si buttò addosso il pastrano e il calpacco, sollevò la sua bisaccia e il libro delle memorie, lanciò un ultimo sguardo alla casa e alle sue cose più care. Le rivedrò ancora sane? Corse sulla strada che curvava a sinistra e saliva sul monte Calvo.
Gli abitanti del villaggio si dirigevano tutti verso quell’istessa direzione, nei momenti funesti cercavano opportuno nascondimento nell’Antro vecchio. Essa era una fessura che conduceva nel ventre degli scogli rocciosi di sopra Bikarét, l’imboccatura si poteva ostruire con un masso triangolare di modo che le persone impratiche della zona mai avrebbero nutrito sospetto sulla cosa che là sotto si celava. La spelonca a forma di pera rovesciata sul fianco, che si apriva nel monte, era stata abitata nei tempi remoti da uomini primitivi. Le madri usavano quel buco buio per mettere spavento ai bambini di Kos: - sei fai il cattivo ti chiudiamo nell’Antro vecchio!
Arrivati che furono nonno Czuczor con sua figlia e suo nipote, gli altri s’eran già sistemati là dentro e aveano scarsa intenzione di stringersi per concedere loro un po’ di spazio. Nel villaggio, intorno ai Czuczor, non s’era ancora del tutto dissolta l’aura di sospetto che solitamente circonda i forestieri. Su Zsuzsánna – come su ogni vedova in generale – fiorivano scabrosi pettegolezzi, mentre sul suo conto correva voce assai più grave che se la intendesse addirittura con il demonio, considerando come indizio principale di ciò l’enorme unghia al pollice sinistro. Là dentro tremolavano le fiammelle di mezza dozzina di candele e di due lampade a petrolio, sopra le loro teste turbinavano nere nubi di fuliggine nella volta della caverna color ruggine. Due giovani braccianti sistemarono il masso triangolare al posto debito, il clangore della battaglia che giungeva come fosse un borbottio s’attutì.
- Dov’è Wilhelm? - Kornél
- Non è qui? Se ne va sempre a girelloni per conto suo... che se la prenda con sé medesimo – Zsuzsánna.
Kornél fu subito vinto dal sonno. Si ritrovò in un fulgore accecante. Vide un uomo vecchio decrepito, con unghie a lama di coltello che spuntavano da tutte e dieci le dita. Con esse graffiava statuette di animali scolpite nel legno che poi, dopo quel gesto, s’animavano e giocavano nella radura di un bosco. Quel vegliardo è il buon Dio! – pensò.
Nonno Czuczor annodò discorso con Gáspár Dobruk, il fabbro maniscalco, zoppo da una gamba, indi per cui tenuto inadatto ad ogni esercito. Egli così sapeva, che non erano i kurucz, nemmanco i labancz a devastare Varasd, bensì le franche milizie di Farkas Balint. Gentaglia, costoro, che non rispettava né Iddio né gli umani, e scorrazzava per queste campagne solo in cerca di bottini di razziare.
- Allora forse dovremmo consegnar loro quel che bramano! – nonno Czuczor
Gáspár Dobruk strabuzzò l’occhi: - Avete forse smarrito il senno? Dare loro con spontaneità quel per cui da anni le nostre fronti sudano?
- Ssst! – nonno Czuczor
Il popolo restante di Kos era rincantucciato là nell’Antro vecchio, trattenendo il respiro, pregando, cercando l’uno nascondimento nell’altro. Che dio abbia misericordia di noi, pensò nonno Czuczor. Nel frattempo le avanguardie delle franche milizie di Farkas Balassi erano già nella via principale del villaggio, passavano di giardino in giardino, accompagnate dal latrato dei cani. Le guide tenevano i cavalli per le briglie e ispezionavano le case deserte con la spada sguainata, non volendo credere che nemmanco un’anima viva fosse rimasta indietro. Spaccavan con l’ascia le serrature e tutti gli altri manufatti del magnano, Farkas Balassi avea concesso loro libertà di saccheggio. Non essendoci nelle case nulla che avesse valore, scaraventavano dalle finestre vecchie terrecotte, bestemmiando i santi e il Cielo. Qua e là scagliavano anche vampe sui tetti di paglia delle case, il fuoco crepitava, gli animali muggivano nelle stalle e nelle porcilaie, i cani legati s’erano già strozzati da sé medesimi nel tentativo di liberarsi. Kornél, tra le voci che giungevano alla spelonca in forma di remoti mormorii, riconobbe il grave abbaiare di Burkus – il komondor del nonno.
Zsuzsánna piagnucolava. – Non aver timore – sussurrò nell’orecchio del figlio, tirando il fiato d’in su per le narici – Nostro signore Iddio ci aiuterà!
- Non ho timore – bofonchiò Kornél.
Il fragore della pugna dopo un quarto d’ora si cessò.
- Forse proseguono la loro avanzata – suppose Bálint Borzaváry Daróczy, il castaldo.
- Non credo – nonno Czuczor – covano qualche trappola.
- Uno di noi dovrebbe sortire a dare un’occhiata nei dintorni.
- Più tardi – nonno Czuczor.
Nel ventre buio della spelonca sempre più lucini s’erano allumati. Nonno Czuczor infilò una mano nella bisaccia, pur sapendo che la sua cerca era vana, non avendo egli portato con sè alcun strumento per scrivere. Chiuse gli occhi, redasse nella sua mente ciò che avrebbe vergato se avesse avuto con sé penna e calamaro.
Calendae d’aprile, 1706. Abbiamo la guerra addosso, e ancora non sappiamo se hanno lasciato le nostre case in sanità o se più nulla n’è rimasto. Possediamo viveri per tre giorni, forse quattro, se li razioniamo. Zsuzsánna piange, versando lacrime copiose, Kornél invece si comporta con calma che desta stupore, fornendo ulteriore contrassegno delle sue facoltà spirituali. Se mai perverremo ad esserlo, potremmo nutrire davvero orgoglio di lui. Possa l’Altissimo concedergli una vita retta, e forze sufficienti per adempiere il suo dovere.
Verso mezzanotte Bálint Borzaváry Daróczy uscì dall’Antro vecchio in compagnia di due giovani per effettuare ispezione al villaggio. Si portaron seco le lanterne, pur essendo esse superflue visto che parte delle case ardeva ancora tra alte fiamme. L’odore delle travi dei tetti carbonizzate e il fetore di carogna si spargeva ogni dove. Quasi nessuna casa era rimasta intatta. La torre del tempio era crollata. Due cadaveri giacevano in sulla strada, il vecchio Béla Vízvári e sua moglie Boriska. S’eran occultati in un piccolo palmento, i banditi li scovarono e, in base al segno dei vulni, li trafissero per stoccata. I loro corpi negli abiti inzuppati di sangue sembravano già enfi di putrefazione.
- Buon Dio – uno dei giovani -, forse sarebbe più intelligente se ci mettessimo in cammino e ci allontanassimo da qui, il più lontano possibile!
- Taci!
Dove potevano andare, pensò, la guerra li avrebbe raggiunti dappertutto.
Davanti alla casa dei Czuczor scorsero un altro cadavere nel quale riconobbero quel tal Wilhelm, gli assalitori aveano mozzato gli arti al tronco del giovane garzone. Tutt’intorno, nella polvere, giacevano sparsi i tipi di nonno Czuczor. La caldaia per la fusione e l’armadio e i cassetti erano ridotti in pezzi. Parea che Wilhelm avesse cercato di difendere il crogiuolo. Ai banditi le lettere in piombo non piacevano, avean sperato di trovare nell’armadio denari o tesori d’oro. Un po’ più distante giaceva Burkus – il quale doveva essere accorso in aiuto del giovane garzone – con gli intestini che colavano dal fianco squarciato.
Riferite ch’ebbero codeste notizie, dagli occhi di nonno Czuczor uscirono le lacrime. Povero Wilhelm, il ragazzo ha lasciato il suo villaggio nativo, ha affrontato con noi nove giorni di viaggio, solo per poi finire così meschinamente. Quando verranno tempi più pacifici, necessiterà informare sua madre vedova. Nonno Czuczor decretò di mandarle anche del denaro, valutando a quanto potesse ammontare.
Credevano che Kornél dormisse il sonno dei giusti, invece il ragazzino passava sempre più spesso le notti a brancolare sul soglio della coscienza. Nei brani di frasi che gli giungevano non c’era il nome di Wilhelm o Burkus. Comprese la sventura di Béla Vízvári e sua moglie, benché non gli fosse ancor chiaro il concetto di morte. Più d’una volta avea fissato i cortei funebri verso il cimitero, osservato le bare di legno, sentito l’atmosfera di dolore, ascoltato il ricordo dei poveri defunti, ma mai avea afferrato che il corpo dei rispettivi uomini o donne giacesse davvero dentro quelle casse. Sua madre gli avea raccontato sovente la morte del suo caro padre, Kornél si figurava la fatale caduta da cavallo, udiva il cozzo della testa che sbatteva contro il tronco d’albero – anche lui picchiava spesso il capo contro oggetti duri. Avea sempre pensato che nonno Czuczor fosse la copia di suo padre, sulla scorta della piccola immagine nella medaglietta che la mamma portava al collo.
Gli uomini discussero se al sorgere dell’alba tornare ognuno nelle proprie case, o in quel che ne era sopravvissuto. Bálint Borzaváry Daróczy riteneva fosse ancora prematuro, gli uomini d’arme potevano tornare indietro sui loro passi in ogni momento, e poteva anche accadere che quelle parti addivenissero campo di battaglia, col passaggio dei kurucz, dei labancz, o al caso di tutti e due.
Nonno Czuczor fece un cenno di mano: - Non possiamo nemmanco stare qui a tremare nella pancia della montagna fino al giorno del giudizio... grande è la misericordia di Dio, sia fatta la sua volontà.
La discussione durò per ore. Nonno Czuczor dichiarò che lui sarebbe sceso di sicuro, anche se gli altri fossero rimasti lì su nella grotta. All’alba fece alzare Zsuzsánna e Kornél: - Partiamo!
Raccolsero le loro cose, ma non riuscirono a spostare il masso che ostruiva l’imboccatura della caverna, fin tanto ché un giovane non si fu innalzato con l’offerta di adiutarli.
Mentre calavano lentamente a valle il vento fresco pizzicava i loro visi. Il villaggio non si poteva scorgere fino al fondo della prima curva, nonno Czuczor dedicò quel tempo a preparare la figlia e il nipote alla visione che li attendeva. Ma essa si dimostrò peggiore di qualsiasi immaginazione. Il viso di Zsuzsánna si gonfiò come un cuscino dopo molto fleto, invano il nonno le ripetè che agir così non serviva più a niente. Kornél guardò muto le case distrutte e incendiate, le carogne degli animali in putrefazione, gli avvoltoi che volteggiavano alti nel cielo. Non pianse nemmeno quando vide le spoglie terrene di Burkus. Sentiva che tutto quello era semplicemente l’inizio di qualcos’altro, sebbene non fosse capace di esprimerlo in parole. Non voleva mollare a nessun costo il palmo ardente e tranquillizzante della mano del nonno, indi per cui lo seguì dappertutto. Nonno Czuczor non si diresse subito verso casa – di cui erano rimasti soltanto la cucina e il porticato sotto il tetto – bensì verso il fondo del giardino, ai roseti. I banditi non li aveano toccati. Annuì col capo, orinò sull’aiuola. Kornél mirò trasecolato l’affare del nonno – per la prima volta lo vedeva ora – che nella sua lunghezza e larghezza raggiungeva le dimensioni d’una piccola salsiccia.
Aveano distrutto i mobili, asportato biancheria e tutto il resto, le cose rimaste erano state calpestate fino a renderle inutilizzabili.
- E ora come faremo a ricominciare? – Zsuzsánna.
Nonno Czuczor non rispose, avvicinò uno sgabello rimasto intatto al pancone, s’assise, tagliò la punta alle penne. Versò l’inchiostro nel calamaro, e s’apprestò ad iscrivere nel libro delle memorie.
Dì di lutto. Abbiamo perso Wilhelm, così come la maggior parte della res mobilis. La mia attrezzatura è distrutta, non ho la forza di fare la conta dei fragmenti nel fango ove li hanno sparsi. Anche le nostre vite sono in periglio. Altrimenti non possiamo fare che sperare nel nostro Dio. Justus est Domine, et justa sunt judicia tua.
Con la coda dell’occhio scorse il suo nipote rannicchiato là sotto il pancone, che scarabocchiava con un corto lapis a stagno su un foglio strappato, mentre con la mano sinistra s’atteneva convulsamente al gambale de’ suoi calzoni.
- A che lavori, Kornél?
- Io, signor nonno, scrivo.
- Davvero? – udendo un gemito profondo nonno Czuczor si piegò sulle ginocchia per dare un occhio a quel brandello di carta. Le linee arzigogolate, per sua somma sorpresa, erano lettere più o meno leggibili messe insieme una all’altra. Dì di lutto – avea scritto Kornél – abbiamo perso Burkus, e io lo seppellirò in fondo al giardino, nelle aiuole di rose...
- Là no! – sbottò nonno Czuczor.
Il ragazzino non capì. – Prego?
- Là no... bisogna seppellirlo in un terreno che non sia bagnato, lo faremo noi due insieme dopo! – compagnò Kornél fuori in giardino. – Dimmi soltanto... dove hai appreso a scrivere le lettere?
- Ho guardato il signor nonno mentre lo faceva.
Trovarono una cassa di legno marcio presso la palizzata divelta. Vi sistemarono dentro le spoglie di Wilhelm per l’eterno riposo, accanto alla rimessa, dove il precedente padrone della casa avea fatto piantare un piccolo abete. Sotterrarono Burkus avvolto nella tovaglia bordò che Zsuzsánna avea cucito per la grande tavola da pranzo. L’aveano rinvenuta davanti a casa, lacerata, chiazzata di macchie brune sospette.
Al calar della sera, tornarono lenti alla chetichella anche gli altri abitanti del villaggio. Nelle case dei reduci scoppiavano i piagnistei.
La notte s’era fatta più fonda, quando udirono esplosioni e calpestio di zoccoli di cavalli.
Il nonno balzò fuori dalle coperte, si precipitò in strada, su per la montagna. Alle sue spalle il rumoroso ciabattare delle pantofole di Zsuzsánna. La seconda volta solo un terzo degli abitanti riuscì a raggiungere l’Antro vecchio, sopra tutti quelli i quali abitavano nei dipressi. Non vi arrivò neanche Bálint Borzaváry Daróczy. I maschi, oltre a nonno Czuczor erano in tutto due, un anziano contadino e lo storpio Gáspár Dobruk il quale, sì bene con la gamba guasta, avea corso più rapido dei sani. Stavolta, per causa della fretta e del confondimento, scarseggiavano viveri e mezzi di illuminazione, solo la fiammella d’una lampada tremolava nella caverna.
- Se siamo costretti a restare qui dentro oltre il domani moriremo tutti per fame! – Gáspár Dobruk.
- Se siamo vivi la speranza non muore! – Nonno Czuczor. – Accomuneremo ogni nostro bene finché il pericolo non sarà passato.
Contarono tutto quel che possedevano. Brontolarono solo mamma Miszlivetsz e la di lei figlia, perché loro aveano portato seco sei scarpe, due piccoli otri di burro, una schiena di maiale sotto sale, e alcuni fiaschi di vino. Nonno Czuczor le rimproverò:
- Loro non hanno lampade, eppure ricevono la luce comune... se hanno invidia di partire con noi questa lauta scorpacciata, allora se ne vadano pure da questo luogo, ma se invece restano, sopportino il destino alla maniera cristiana. Ora pensiamo piùttosto a quelli che non sono più tra di noi!
Audita ch’ebbero questa dichiarazione le donne scoppiarono a piangere quasi in un coro. La moglie (o meglio: la vedova) di Bálint Borzaváry Daróczy strideva sì forte che temettero la udissero. E batteva la testa contro le pareti della grotta finché nonno Czuczor e Gáspár Dobruk non riuscirono, unendo le forze, ad avvolgerla in una coperta da cavallo e fermarla con delle funi. Kornél osservò tutto ciò quasi interessato. Nemmen ora provava paura, eppure intuiva che il vecchio mondo, di cui avea ascoltato il nonno favolar la sera, accanto al camino caldo, con i ciocchi di legno crepitanti, la pancia satolla di buon cibo, la pace nel cuore, era irrimediabilmente finito. Gli dispiaceva di non aver seco fogli di carta, penna, calamaro, perché nel qual caso avrebbe potuto compiere essercitazioni nell’arte dello scrivere frescamente appresa.
Anche i pensieri del nonno vagavano intorno a tutto quel che avrebbe potuto notare sulle pagine del suo libro delle memorie a summa di quei giorni confusi.
Non capisco a qual fine Dio ci colpisca così duramente, che cos’abbiamo fatto noi per meritare la distruzione delle nostre case e dei nostri beni. Eppure, eppure dobbiamo persistere a nutrir fede nella sua Onnipotenza, ché siamo precipitati talmente in basso che da questo punto, il nostro cammino può soltanto rimenarci verso l’alto. Nemo ante mortem beatus.
*
Farkas Balassi s’era sbagliato: riteneva che il signore del villaggio fosse ancora István Lukovits di Rigómező, il quale, secondo comune opinione, avea accumulato favolose fortune in Italia. Egli invece s’era trasferito a Vienna mesi innanzi, portando seco i beni preziosi mobili e venduto il feudo. Le franche milizie di Farkas Balassi setacciarono Kos più e più volte in cerca dei tesori. Non volevano rassegnarsi alla prospettiva di saccheggiare solo carabattole di scarso valore.
In fondo alla strada, nel punto dov’essa si biforca – un ramo porta in su verso la montagna, l’altro giù nella valle, a Varasd, e poi dritto fino a Szeben – giaceva una sciarpa di seta verde in una pozzanghera. Jóska Telegdi, sottotenente d’alloggio, se n’avvide. Smontò dal cavallo, la raccolse, la annusò, e l’aroma d’un profumo femmineo gli stuzzicò le nari. Pur provando certa ripugnanza, infilò il palmo nell’acqua torbida, chissà che forse là sotto non potea trovarsi qualche cosa. Gli capitò sotto mano un oggetto ovale, duro. Lo pulì. Era un ovo di metallo rifinito d’ornamenti. Il subitaneo gaudio svanì non appena constatò, saggiandolo co’ denti, ch’esso non era d’oro. Lo rigirò tra la mani, lo bussò, lo schiacciò finché riuscì a far scattare il coperchio. Era un pregiato artifizio acconcio a indicare, oltre che l’ora, il giorno, il mese, e pure l’anno. Non funzionava più. Forse che l’acqua vi si era infiltrata? Osservando con maggiore puntiglio vide indicato il 9 ottobre 1683, ore dodici da poco trascorse. Quella data lo adombrò, era sorprendente che l’orologio fosse fermo esattamente al giorno della battaglia di Párkány: su quello istesso campo di battaglia era morto suo padre. Manipolò la molla, scrollò l’ovo di metallo, ma l’ingranaggio non ripartì. Sarà nascosto in codesta pozzanghera fin dal 1683? Impossibile, non mostra un filo di ruggine! Ma chi se l’è lasciato cadere, deve aver smarrito anche dell’altro! – strappò una bracciata di rami dai cespugli, li unì insieme a formare una sorta di ramazza per spazzare via l’acqua dalla strada. Non trovò altro.
La seconda notte della loro fuga nella spelonca la pelle di Zsuzsánna s’ulcerò. Piccoli vermi parassiti la tormentavano. Spostato che fu il masso, per lasciar circolare un po’ d’aria, ella fuggì fuori all’aperto con una bandinella da sciugarsi e pezzi di sapone. Discese al ruscello per prendere un bagno e lavare la biancaria che indossava. Sperava d’avere tutto il tempo di tornare indietro prima che risistemassero il masso al proprio posto. Il cielo era oscurato dalle nuvole, non si scorgeva più la luce della luna né delle stelle. Nel buio fu assalita da paura, perché loro non la vedevano, né lei vedeva loro. Appena che si fu spogliata ignuda le sembrò d’essere assalita da diavoli dell’inferno, mani robuste l’afferrarono per le braccia e le gambe, fu trascinata più in alto, in una radura erbosa, ormai avea capito che quelli erano uomini feroci e poteva anche intuire che cosa volessero da lei. Le turarono la bocca per impedirle di urlare, ma tanto non avrebbe avuto alcun senso il farlo. Il primo penetrò in lei cagionandole un dolore bruciante, seguì un secondo, ella sopportò stremata, le tenevano le braccia aperte come a nostro signore Gesù quando lo inchiodarono alla croce. Recitò dentro di sé le preghiere così com’esse le affioravano alla mente, aspettando che la sua passione giungesse al termine. Quando tutti loro ebbero finito di prendersi soddisfazione, si quietarono, e lasciarono libere le sue braccia, qualcosa di più duro la colpì nel corpo come fosse un fulmine fermandole il respiro.
Nonno Czuczor s’accorse solo al mattino che s’erano perse le tracce di sua figlia. Non capiva come avesse potuto sortire dall’Antro vecchio. Solo due persone, e al prezzo di grandi pene, riuscivano a smuovere il masso.
- Se n’è andata di notte – Kornél -, quando l’hanno spostato.
- Sei impazzito? E tu perché non me l’hai detto?
- Credevo che anche il mio signor nonno l’avesse vista!
Non c’è null’altro da fare, pensò nonno Czuczor, devo andare a cercarla! – con un gesto eloquente chiamò il contadino anziano accanto al masso. Questi vi s’appoggiò con la schiena:
- Signor Czuczor, alla luce del sole sarà periglioso!
- Ora non è tempo di preoccuparmi di me medesimo... spinga! – liberata ch’ebbero la fenditura nella roccia, nonno Czuczor uscì alla luce. Si voltò ancora indietro, verso l’oscurità, per dire: - Abbiano cura di Kornél!
Poteva essere quella l’ultima volta che lo vedeva.
Jóska Telegdi avea appostato a vedetta una dozzina di aiducchi nei punti ove la visuale era propizia, due di essi annunciarono che qualcuno si avvicinava lungo la strada del monte. Osservarono il vecchio abbigliato con modestia che portava una spada turca e stivali di feltro, il vento gli sollevava la barba e i capelli arruffati a guisa di turbante. Aspettarono che fosse arrivato alla distanza d’una sassata, lo bloccarono con un secco comando, intimando di consegnare l’arma. Quegli non ubbidì, anzi, estrasse la sciabola dal fodero e ingaggiò valorosa battaglia finché, sanguinando da numerose ferite, non potè più resistere alle forze soverchianti. E seppur claudicando, giunse con le proprie gambe fin all’accampamento dove Farkas Balassi cercò di interrogarlo. Non avendo ottenuto le attese risposte, questi ordinò che fosse sottoposto a tortura. Ma neanche così s’ebbero risultati, il vecchio concluse la sua vita sulla panca dei supplizi.
Una delle attente sentinelle notò che dal monte Calvo s’alzava verso il cielo un filo di fumo, esile e durevole. Comunicò la cosa a Jóska Telegdi. Egli capì subitamente che il tetto di scogli mascherava una caverna. Ordinò a una pattuglia di recarsi lassù a scrutare il terreno e cercare lo spiraglio. Gli uomini nascosti nella caverna uditi ch’ebbero le loro voci e il rumore dei loro passi, si rannicchiarono trattenendo i fiati.
La pazienza di Farkas Balassi s’esaurì, avrebbe voluto proseguire la marcia. Jóska Telegdi chiese il permesso di effettuare un ultimo tentativo. Fece sistemare sulla curva della strada i due cannoni più piccoli e chiese al mastro artigliere di puntare la roccia che somigliava a una cocuzza calva sulla cima del monte.
- Perché diavolo spariamo alle pietre? – il mastro artigliere.
- Perché io lo dico! – Jóska Telegdi.
Biffarono l’affusto del cannone, pulirono e caricarono il tubo, poi bumm!
La prima palla finì lunga oltre il bersaglio. Spostò di qualche pollice l’inclinazione del secondo tiro e colpì la radura davanti all’entrata dell’Antro vecchio.
- Dio mio – strillò la dentro una serva -, non sarà mica per noi la palla di fuoco?
Il terzo colpo centrò in pieno la cima della montagna. Il corno di roccia si spaccò in tanti pezzi e crollò nella caverna. Lo spaventoso boato inghiottì ogni altro rumore. Kornél si buttò d’istinto sulla pancia, la sera prima avea presagito che quella volta crollasse in pezzi sopra di loro, che il masso triangolare d’ostruzione all’entrata rotolasse in dentro, e che un’accecante luminosità li investisse, ma invece, in quell’istante, tutto si fece buio.
Gli uomini di Farkas Balassi poco dopo s’arrampicarono fin lassù e strisciarono dentro la grotta. Turbinava un fitto fumo di polvere. S’imbatterono in cadaveri morti sul colpo e fagotti più o meno grandi legati gli uni agli altri. Quando Farkas Balassi esaminò il contenuto di questi disse rabbioso a Jóska Telegdi: - Ci hai fatto sprecare polvere da sparo per niente.
Il paesaggio ritrovò la quiete quando i soldati s’allontanarono. Nel pomeriggio cadde pioggia fitta, ma i turbini di polvere non cessarono nemmeno così, visto dal basso il monte sembrava che fumasse la pipa. Non solo il villaggio di Kos s’era spopolato, ormai lo era anche il fianco della montagna, gli animali selvatici e gli uccelli aveano cercato scampo fuggendo altrove. La pioggia dirotta tambureggiò le pietre, sciolse il sangue rappreso in macchie color rosa. Dopo poco tempo arrivò un’avanguardia di kurucz. Scorsero da lontano matasse di fumo e sospettarono che in cima alla montagna ci fosse l’accampamento dei labancz, indi gli esploratori annunciarono che lassù non c’era traccia d’anima viva. L’esercito proseguì l’avanzata verso occidente.
La mattina del terzo giorno Kornél tornò in sè, sentendo il corpo pesante siccome piombo e franto in più punti. Perse di nuovo, altre volte, la ragione. Infine, la terza sera, si levò seduto tremando. Non riusciva a muovere le due gambe sepolte sotto un blocco di pietra. Lassù in alto brillava la volta stellata, dentro la sua mente turbinavano immagini imprecise. Ricordava che era accaduto qualcosa di fatale, ma non riusciva a evocare il che cosa. Dove erano finiti gli altri? Urlò aiuto, prima timoroso, poi a pieni polmoni. Le rocce gli rimandavano l’eco delle sue parole. Cercò di trascinare fuori le gambe, il dolore che gli rodeva la parte inferiore del corpo era forte a tal segno da bloccare il respiro. Trascorse la notte battendo i denti per il freddo, versando lagrime d’impotenza. Sentiva che sua madre e suo nonno erano incappati in qualche guaio serio, altrimenti l’avrebbero salvato. Implorò che Dio ascoltasse le sue preghiere, lo liberasse dalla pietra, ma innanzitutto gli portasse in fretta la luce dell’alba – temeva davvero molto il buio.
Al sorgere del giorno, sulla strada nel bosco passarono persone. Kornél pensò che chiunque essi fossero, sarebbe stato più accorto restarsene silente come olio. Sentiva doglie in ogni parte del corpo. Chiuse gli occhi. Poco dopo si spaventò quando qualcosa di bagnato e ardente gli sfiorò il volto. Un muso peloso, con denti enormi, lingua color ruggine... Gli sfuggì un urlo.
- Vieni qui, Málé! – una profonda voce maschile. L’animale ubbidì trotterellando. Era un cane di razza ungherese, a pelo lungo. Kornél notò tre uomini. Uno sollevava con la punta dell’azza brandelli d’abiti sparsi nella grotta da sotto la volta crollata, gli altri due chiacchieravano senza scopo. Kornél non intese le parole. Dopo qualche tempo lanciò un grido acuto di dolore. Quelli afferrarono le armi. Indi lo videro.
- Questo ragazzino è ancora vivo – uno.
- Sì, ma sono incastrato... – alle labbra di Kornél affiorò solo un gemito, fu costretto a ripetere la frase affinché lo capissero.
- Zsiga, vieni qui! – chiamarono il terzo compagno, appoggiati che furono con tutto il peso del corpo al pezzo di roccia, lo rotolarono via dagli arti inferiori di Kornél
- Sant’Abakuk! – gemette quello che rispondeva al nome di Zsiga, visto ciò ch’era rimasto delle gambe del ragazzino. Poveretto, questo non giunge a sera, pensò. – Diamogli da bere! – s’accoccolò al suo fianco, tolse il tappo alla borraccia rivestita di panno bruno, l’avvicinò alle labbra di Kornél. Il vino acidulo, mescolato ad acqua, scolò sulle guance del ragazzino.
- Com’è il tuo nome?
- Kornél Csillag.
- I tuoi genitori?
Kornél spiegò quanto sapeva. Domandò se per caso avessero visto la sua madre e il suo nonno. Descrisse minuziosamente il loro aspetto. I tre uomini borbottarono.
- Prima o poi... appariranno nuovamente – mentì Zsiga -, non devi temere nulla finché noi badiamo a te. Hai fame?
Kornél annuì con il capo. Il più corpulento – si chiamava Mikhál – lo prese tra le braccia con prudenza. Kornél cacciò un grido dal dolore. Soltanto ora si rese conto che le sue due gambe erano piegate in una curva contro natura, i pantaloni con lo sbuffo alla foggia de’ turchi, che Zsuzsánna gli avea fatto indossare a casa, penzolavano in brandelli, incollati alla pelle col sangue rappreso. Sprofondò nella disperazione, ormai piangeva come tutti i bambini, annaspando a spasmi in cerca di fiato. Mentre l’uomo lo prendeva, vide spuntare arti umani da sotto i blocchi di roccia. Il contadino vecchio giaceva presso quella che un tempo costituiva l’entrata, una scheggia di pietra gli avea spaccato il cranio esattamente in due metà, e le cervella ne colavan fuori.
Mikhál accese un fuoco nella radura, il terzo – Palkó – spiumava un uccello grigio grande quanto una pane, lanciando le penne nelle fiamme, il loro odore di bruciato molestò il naso di Kornél. Non osò chiedere informazioni. S’esplorò le cosce con dita titubanti. Conficcato sopra il ginocchio destro, incontrò un oggetto duro, affilato, lo estrasse, il cuore s’arrestò per il dolore e svenne di nuovo. Tornò in sé solo a sera.
Zsiga lo fece di nuovo bere, poi gli spinse a morsi nella bocca la carne scaldata – Arrosto di piccione, vedrai che ti infonderà la forza! – neanche lui medesimo credeva ciò che avea detto. L’anima ancor bambino di Kornél impegnò tutta la speranza ch’avea in questa promessa. Mangiato ch’ebbe a crepapelle, provò a sollevarsi, ma Zsiga non glielo consentì. – Prima occorre bendare le ferite, Palkó è pratico nella scienza dei cerusici, lo farà lui.
- Poi è il caso di decidere il da farsi!!!! – Mikhál.
Aveano perso i contatti con la loro compagnia da un giorno e mezzo, quando i cavalli che montavano furono colpiti e uccisi. Erano fuggiti dalla battaglia giù nella valle, mettendo in salvo le loro vite. Al calar della sera s’erano accampati in un palmento abbandonato. Là s’era unito a loro quel cane senza padrone, che Palkó – pensando alla guardia della sua casa lontana – avea chiamato Málé. La mattina Zsiga s’incamminò in cerca di cibo. Poco mancò s’imbattesse negli aiducchi di Farkas Balassi. Tornò di corsa al rifugio nel palmento. – Non so chi sieno costoro, ma se agiamo con il senno, possiamo procurarci dei cavalli!
Strisciarono fino sul bordo della strada affossata. Constatarono che quella truppa andava al passo d’ambio senza disciplina, e ciò portava acqua al loro mulino, aspettarono che il grosso passasse oltre confidando che dietro, nelle retroguardie, qualcuno si fosse attardato. E in effetti sopraggiunsero altri quattro, che assalirono uno contro uno, saltando loro addosso dall’alto, sbattendoli a terra. In questo modo si procurarono quattro cavalli, armi, biancaria, e il contenuto delle borse legate alle selle. La preda di maggior pregio fu una spada forgiata a Toledo, che toccò in sorte a Palkó. Mikhál chiese gli stivali in cordovano, ch’erano ai piedi del primo soldato, uomo dall’aspetto di nobil signore. Dalle sue tasche spuntò anche l’orologio a forma d’ovo che si prese Zsiga. Sembrava d’argento. Non riuscì a imprimergli la carica, ma se con l’aiuto di Dio fosse ritornato a casa sua a Somogy, suo fratello, mastro abile di mille mestieri, l’avrebbe sicuramente aggiustato. Indicava il giorno, il mese, e anche l’anno, mostrava la data del 9 ottobre 1683, dodici e un quarto.
Palkó ritenne la cosa più saggia fosse aspettare in quel villaggio abbandonato e cercar d’aver notizie sull’esito delle battaglie, correre nelle braccia dei kurucz era una stoltezza, correva voce che non facessero prigionieri, passavano per le armi tutti quelli che catturavano in modo sommario. Con le milizie franche sparse qua e là, v’era da attendersi pietà ancorché minore. Mikhál votò di mettersi subito in camino, per cercare di raggiungere i loro compagni più velocemente possibile, confidando nella misericordia di Dio. Più tardi si fossero essi ricongiunti alla loro truppa più facile sarebbe stato beccarsi l’accusa di disertori. Zsiga aspirò la pipa vuota, lanciò a Málé gli avanzi di carne. Non trovava sicura nessuna delle due soluzioni. – Aspettiamo ancora, vediamo che cosa ci porta l’alba.
- Dobbiamo anche pensare al che fare di questo ragazzino.
- E’ ancora vivo?
Palkó avea tagliato i calzoni di Kornél e poi, con le bende ricavate da una camicia presa all’inimico, avea fasciato quelle gambette scontorte. – Se riuscirà ancora a correrci sopra sarà un miracolo.
Kornél, in sogno, avea visto figuri avvolti in cappe nere che lo inseguivano e infine lo scagliavano in un pozzo stretto. Nel ridestarsi dallo spavento, ebbe il sentore che le due gambe fossero rimaste dentro quel pozzo. Se le toccò con la mano, palpando la tela spessa, intuì che cosa era successo. Provò a tendere i muscoli uno ad uno e ora, per la prima volta, ebbe un pensiero che gli traversò la mente: forse le sue gambe non sarebbero mai più tornate ad essere quelle di prima. Due dei tre uomini dormivano il sonno dei giusti accanto alla cenere del fuoco, il terzo carezzava il cane Málé parlandogli come fosse un essere umano.
Kornél chiuse gli occhi. Nonno, torna da me! Mammina, anche tu, vieni qui! Tornate! È così brutto senza di voi! – Piagnucolò sottovoce. S’addormentò tra le lagrime. Gli dettero di nuovo la caccia, stavolta gli spararono anche.
Verso le prime luci dell’alba un gruppo di labancz arrivò alla radura, anch’essi, come i tre uomini, aveano perso il contatto con il grosso del loro esercito. Si sarebbero accampati, se Zsiga e i suoi non avessero cominciato a scaricargli addosso alla cieca i loro fucili. Nessuna delle due parti capì, nel buio, a chi sparava e chi rispondeva al fuoco. Quelli erano in superiorità numerica, saltando tutti in groppa ai loro cavalli, si gettarono all’inseguimento di Zsiga e i suoi giù per la valle.
Kornél si risvegliò che il sole splendeva ormai alto nel cielo. I tre uomini erano scomparsi. S’erano portati via praticamente solo i quattro cavalli, aveano abbandonato quasi tutte le loro cose, anche il cane. Kornél ascoltò per un po’ il battito del suo cuore, poi si mise a urlare. Se qualcuno non l’avesse trovato, sarebbe morto certamente di fame. Si sentiva debolissimo, il lume della sua ragione tremolava ormai flebilmente. Erano trascorsi giorni in quello stato, o soltanto ore? Di tanto in tanto la lingua rasposa del cane Málé s’allungava verso di lui.
Il giorno dopo essere rimasto in solitudine riuscì a sollevarsi aggrappandosi al pelo aggrovigliato del cane, si distese poi con la pancia sulla schiena di Málé come se volesse cavalcarlo. La gamba più sana arrivava a terra, spronò con cautela il cane, in questo modo arrivò nella radura. Frugò nelle bisacce e nei fagotti abbandonati dai tre uomini. Gli piacque l’orologio da tasca a forma d’ovo e se lo tenne. Dopo essersi preso una pausa più lunga si spinse carponi, nell’istesso modo, fino a quella che un tempo era la caverna. Il ciò che vide non poté mai più scordarlo. Gli insetti necrofagi aveano nel frattempo reso i cadaveri mostruosi. Né potè mai più liberarsi da quel fetore di morte che gli invase le nari . Cercò ovunque il libro delle memorie di nonno Czuczor, ma non lo trovò, forse era rimasto sepolto sotto qualche roccia.
Il cane lo riportò alla radura. Gli alberi e i cespugli ai bordi sfoggiavano i loro manti più lussureggianti. Kornél non ci vedeva più dalla fame. Si mise in bocca la punta d’un ramo d’acacia che pendeva verso il basso. I piccoli petali delicati aveano un gusto sorprendentemente dolce, masticò tutto quel che riusciva a raggiungere dalla sua posizione distesa. Trovò anche fragoline di bosco, erano acerbe, ma commestibili.
Quando scese la rugiada della sera si rivoltolò nell’erba scosso dai brividi, si strappò gli abiti dal corpo e si coprì con quelli puliti recuperati tra le cose degli uomini di Zsiga. Non osò invece toccare le bende alle gambe incrostate di sangue rappreso.
Il terzo giorno ebbe coraggio d’arrivar più lontano, si spinse fin al primo palmento, giù lungo la strada sulla montagna, che aveano dato alle fiamme. Tra i cocci di vetro delle bottiglie lanciate nel giardino e fatte a pezzi, Kornél trovò due bottiglie ancor sane, le raccolse, ma non fu in grado di cavarne il tappo. Trovò anche alcune patate avvizzite, ch’avean buttato i germogli, e le divorò crude. Brigò finché non riuscì a spezzare il collo delle bottiglie stringendolo tra due pietre, parte del vino si versò. Susse la bevanda dal becco scheggiato. N’ebbe subito giovamento. Non sentì più freddo. Forse... forse c’è ancora... forse andrà bene... in qualche modo.
Mano a mano che le gambe si rafforzavano effettuava escursioni sempre più lunghe. Frugò tra le rovine dei poderi e raccolse tutto quello che riteneva commestibile. Nelle vicinanze della radura sorgevano soprattutto palmenti, Kornél ci prese gusto al vino e al vino bruciato. In principio gli cagionava la nausea, talvolta lo vomitava pure, col passare del tempo, però, s’avvezzò. L’alcol lo aiutava a superare le notti più fredde. I capelli crescevano, stopposi e grovigliati come il pelo del cane Málé. Le condizioni di Kornél miglioravano, e nella istessa misura in cui egli guariva, Málé peggiorava, il cibo adatto alla sua bocca era ormai quasi esaurito. Anche il cane si rassegnò al nettare delle montagne, se ne leccava la debita quantità, allora le zampe scivolavano, strabuzzava gli occhi, e Kornél si divertiva assai a vederlo in quello stato. La notte poi russava con fragore come nonno Czuczor, Kornél amava quel suono.
Fintantoché avea vissuto in mezzo ad altri esseri umani adoperava le parole con stupefacente eleganza, considerata la sua giovine età. La solitudine l’avea disavvezzato al favellare. Se doveva impartire ordini a Málé adoprava un linguaggio che ricordava piuttosto quello dei cani che non il suo.
Imparò come si potean catturare le alborelle nei ruscelli su in alto. Si coricava sulla pancia lungo la riva, immergeva il braccio nell’acqua gelida fino al punto in cui quei pescetti solevano andar in cerca del calor del sole. Quando ne appariva uno gli faceva scivolare il palmo della mano di sotto, poi cominciava a chiudere le dita così lentamente che sembrava quasi non le muovesse. Se dilungava questo movimento con sufficiente cura, d’improvviso sentiva d’avere il pesce stretto in pugno. Allora lo estraeva immediatamente dall’acqua e lo posava sulle pietre. Attendeva che quel piccolo corpo bagnato cessasse di dimenarsi nell’agonia della morte, poi lo sbocconcellava sputando in acqua le lische.
Visse così, distinguendosi nel suo essere a stento dalla selvaggina dei boschi. Imparò a muoversi sempre più abilmente sulle gambe che s’erano calcificate distorte, in caso di necessità riusciva persino a correre, anche se nello slancio imitava i cani randagi a tre gambe.
Málé sanguinava spesso dal naso, i suoi denti s’erano allentati, alcuni erano anche caduti. La cute sotto il pelo si ricopriva di ulcere, dalle piaghe fuoriuscivano minuscoli parassiti. Una mattina non riuscì più a reggersi sulle zampe. Kornél lo chiamò ripetutamente con affetto: - Vau-vau! Vau-vau!
Il cane s’appiattò con la testa nascosta tra le zampe, avrebbe voluto restare in solitudine. Kornél non lo capì, anzi, lo carezzò, lo scrollò, gli abbaiò con crescente commozione.
Eran fioriti nel villaggio gli arboscelli di lillà che chinavano i rami sulla strada, forse non aveano mai formato un baldacchino sì tanto rigoglioso sopra gli steccati. L’aria della notte non era più fredda, Kornél avea smesso di patire il freddo anche senza il bisogno di bere. Il sole era salito alto nel cielo, la torrida cupola celeste si stendeva a coprire tutto il paesaggio, mancava solo il tocco delle campane al mezzodì e, certo, gli altri rumori dell’uomo. La lingua di Málé penzolava secca dalla mascella sdentata. Kornél osservò gli occhi semichiusi del cane e fu colto dal vago terrore che i guai del suo compagno sarebbero parecchio aggravati rispetto a quanto era stato finora. Ansimò, si dedicò a latrare ostinato, convinto come lo sono i bambini, di poter così ritardare la tragedia.
Benché fosse all’incirca il mezzodì, il cielo cominciò a rabbuiarsi inattesamente. Kornél ululò come un animale selvatico ferito. Ebbe il sentore che fosse giunta la fine, ora gli sarebbe piombata addosso una catastrofe più terribile d’ogni altra, anche loro due sarebbero morti, come sua madre, suo nonno, e tutte le altre creature della terra. Il cane privato delle forze non avea più un posto dove fuggire, e nemmeno a lui sarebbe rimasto un futuro. Si coricò supino, congiunse le piccole mani sudice per l’ultima preghiera, ma non trovò le parole che un tempo sapeva recitare perfino in sogno, dalle labbra gli uscì nient’altro che: - Vaùùùù...
Nel cielo, ove l’oscurità avanzava correndo, il sole si trasformò in una palla di luce ipnotica, il disco si fece mano a mano più scuro, come se un altro solo nero gli si fosse parato innanzi, i suoi bagliori d’un color lilla bluastro, trafissero gli occhi del bambino come una miriade di minuscoli dardi infocati. Egli li chiuse snervato, altrettanto fece il cane. È la fine, pensarono entrambi. Kornél vide cerchi di fuoco sotto le palpebre e, dietro ad essi, baluginarono immagini antiche che non avea mai scorto, eppure ebbe la sensazione che gli fossero note. Se avesse avuto il tempo sufficiente per farlo, avrebbe decifrato il loro significato, ma il nulla pulsante si infittì sempre più.
*
Il professore con la barbetta forcuta si lavò le mani e pronunziò il suo verdetto: - Prossima è la fine!
La signora Sternovszky si nascose le guance col fazzoletto. Che sarà di noi se...? – non lo disse. La sorella l’avvolse stretta tra le braccia come se temesse ch’ella crollasse in mille pezzi.
Lei si sottrasse. – Signor Dottore quanto gli resta ancora?
- Non posso dire prognostici, ma... poco.
- Ci provi lo stesso. Giorni?
- Giorni, oppure ore. Chi può saperlo? Torno verso sera – uscì. La cameriera gli allungò il suo onorario, in una busta color burro, già nell’ingresso ove i mazzi di fiori mandati al malato erano sistemati in una fila di vasi di diverse dimensioni e impregnavano l’aria del loro intenso profumo.
Il moribondo rantolava. La ferita non era più guarita d’un nulla, invano il medico professore l’avea copiosamente cosparsa d’una polvere gialla disinfettante. Pur non credendo all’utilità del bendaggio, egli ne avea effettuato uno per riguardo ai parenti. Era meglio che non la vedessero. La lama era affondata nel corpo in un punto sopra le costole e sotto la clavicola, così sfortunatamente da entrare nei polmoni e, probabilmente, da raggiungere la guaina del cuore. La scienza non poteva far nulla di più, il verdetto era ora riposto nelle mani delle potenze Celesti.
La signora Sternovszky tornò nella stanza del marito, si chinò sul letto. – Avete sete, mio nobile marito? Desiderate forse una limonata fresca? La faccio preparare dalla ragazza?
Lui fece cenno di no con il capo.
- Desiderate allora qualcosa da mangiare? Un brodo leggero?
Scosse di nuovo la testa.
- Sentite qualche altro desio?
L’uomo magro al pari d’uno scheletro si forzò ad accennare un pallido sorriso: - No, vi ringrazio, niente – chiuse gli occhi. Pensò che avrebbe preferito rimanere solo nella battaglia estrema contro la morte. Non restavano speranze. Se non fosse stato egli colpevole, con la propria stoltezza, di quanto occorso, forse sarebbe stato più agevole accettare la malasorte. A qual fine sarebbero andate incontro le sue vetrerie una volta resa l’anima al Creatore? Sua moglie sarebbe stata in grado di reggerle e proseguire l’attività? Gli era giunta notizia che i forni della fusione non funzionavano e ne era inquieto. Non bisogna permettere ai fuochi di spegnere soltanto perché io muoio! Ma il mastro di fornace, Imre Farkas junior, colui il quale avrebbe dovuto dirigere il lavoro della vetreria, ora era chiuso in carcere, con i ferri ai piedi, per via dell’aggressione che gli avea fatta. Fin dall’inizio s’era rivelato una testa calda, questo Imre Farkas, era rapido di lingua e di mano.
Un sospiro dolente gli eruppe dalla gola. La moglie cercò ancora di saggiare il suo desio di cibo, bevande, parole confortanti. Nemmeno ora egli la scacciò. La moglie avea il diritto di presenziare nel momento in cui... sì. Cercò di ricordarsi qual giorno indicava il calendario, era il venti di marzo o il ventuno? – il tempo in lui si confondeva. La sua memoria, altrimenti, registrava con esattezza gli anni, i mesi, le settimane, addirittura persino i giorni e le ore. Spesso maravigliava sua moglie e i suoi figlioli dicendo loro, ad esempio, che esattamente il 19 gennaio 1738 era caduta su Felvincz una spaventosa nevicata, in tale abbondanza da rendere impossibile aprire l’uscio di casa fino al 28.
Rievocava episodi della sua esistenza con particolare piacere nella cerchia di amici e parenti, soprattutto quelli più importanti, come il matrimonio, l’arrivo dei figlioli, la fondazione della vetreria, la ricchezza conquistata con una vita di onorato lavoro, la sua elezione a magistrato della città. Ciò ch’era accaduto prima di tutto sarebbe stato meglio dimenticarlo. Ma gli dei celesti non l’aveano benedetto con il dono della dimenticanza. Un tempo avea letto in una cronica italica che l’acqua dell’oblio scorre nel fiume Lete, al confine degli inferi, mentre quella della reminiscenza si trova nell’Eunoè, che scaturisce dalla medesima fonte. Probabilmente, quando era in fasce, l’aveano abbeverato a quest’ultima – benchè non se ne rammemorasse.
Le sue forze l’aveano totalmente abbandonato, non gliene restavano nemmeno per sollevarsi a sedere. Eppure avrebbe volentieri annotato nel libro giornale tutto ciò che in quei giorni mesti gli frullava nella testa. Avrebbe potuto lasciarlo come viatico a sua moglie e ai suoi tre figli. Cresciuto che fu uomo, rare volte s’era abbandonato al riposo della notte senza prima aver posato delle note in quel calepino in folio proveniente dalle terre italiche, particolarmente ispesso, legato in pelle. Si diceva fosse uscito dalla bottega di un celebre stampatore di Bibbie e, in origine, fabbricato per accogliere nelle sue pagine le Sacre Scritture. Ciò considerando, Kornél s’accingeva a scrivere sempre con rispetto nel libro giornale. Se i suoi discendenti fossero stati poi presi dalla vaghezza di conoscere com’egli avea impiegato il tempo assegnatogli in dono su questa terra, avrebbero potuto leggerlo.
Sulle sue ultime ore non c’era modo di dareconto. Non avrebbe potuto scrivere in testa alla pagina: Clausula finale: il mio trapasso. Per fortuna avea già steso, in passato, le sue ultime volontà, apponendovi tre sigilli e chiudendole in una cassetta di stagno in attesa che gli eredi la aprissero. Avea trascritto una copia anche nel libro giornale.
Cento, mille volte avea valutato la questione, cionondimeno il dubbio ancora lo rodeva. Era stato un errore lasciare la vetreria a Bálint? Quel ragazzo forse non era serio a sufficienza per comandare venti uomini, fare la stima dei quantitativi settimanali e mensili, trattare con i mercanti, adulare i nobiluomini dai quali giungevano le ordinazioni più consistenti. Benché il tempo sia buon maestro d’esperienza.
Bálint gli assomigliava poco. Kornél Sternovszky (Csillag) era piccolo di statura, i suoi arti erano più esili del normale, finanche più labili. Ma pur essendo rimaste storpie, usava le due gambe con tal perizia che un occhio profano non si sarebbe avveduto della sua zoppia. Poteva mangiare e bere oltre la sazietà, ma la pancia non gli aumentava, e il volto avea serbato un’aria smunta fino al giorno d’oggi. Le facoltade del corpo erano rimaste in maggior parte intatte, solo i capelli s’eran diradati sopra la fronte vasta in modo inusitato, ma quasi non s’erano incanutiti. Barba e baffi e non s’eran mai infoltiti come accade negli uomini virili, ricordavano piuttosto la lanugine degli adolescenti, e questo difetto l’avea tormentato per tutta la vita.
Quanto avrebbe voluto vivere ancora! Ascoltare ancora una volta, una volta sola, i tre forni della fusione che riscaldavano, i ciocchi di legna essiccati per mesi che avvampavano all’improvviso e il calore benedetto, cui si doveva la resistenza e la trasparenza dei suoi eccellenti prodotti, cominciava a fare effetto. In tutte le finestre della sua casa c’erano vetrate a piombo provenienti dalla sua manifattura, e quando venivano ospiti li mostrava con orgoglio. Ora li guardava disanimato mentre i raggi di sole vi rotolavano sopra. Erano nati tra le vampe del fuoco, e continuavano ad essere al servizio del caldo, d’inverno lo trattenevano nella stanza, d’estate lo lasciavano entrare sbarrando la strada ai venti torridi.
Rimuginando queste cose non s’avvide che nella stanza era entrato Bálint e si era inginocchiato sul pavimento accanto al letto. Sul suo viso si specchiava stupita devozione. Anche lui sapeva che fra non molto... – gli occhi del moribondo si gonfiarono di lacrime. Ormai erano nelle mani del Signore Iddio. Gli tornò alla mente nonno Czuczor, del quale soprattutto Bálint avea ereditato i tratti esteriori, pur essendo ancora in età di crescita era già un colosso dotato di forza smisurata. L’unico che invece avea preso dal padre la forza della memoria era il figlio primogenito. Ogni qual testo leggesse o ascoltasse, anche di sfuggita, riusciva a ripeterlo senza falli e non lo scordava più. Ma il figlio non ne gioiva come a suo tempo fece lui. Altre erano le facoltade che Bálint amava in se medesimo, prima fra tutte che i suoi compagni di scuola lo stimassero insuperabile nel canto e nella danza. Se udiva il suono d’una musica i suoi robusti piedi subito si mettevano in movimento. Chissà che magnifica notte di gala e gaudio sarà quella delle sue nozze, ballerà fino alla prime luci dell’alba, volteggerà in aria la sposa, sicuramente fragile al suo confronto – che peccato che lui, Kornél, non potrà mai più vedere quella fanciulla. Eppure sarebbe bastato aspettare appena alcuni anni, Bálint entro meno di due mesi avrebbe compiuto i diciassette.
Le mie ultime volontà.
Ho fatto come ho potuto fare, far di meglio non mi è stato dato.
Mia moglie, donna Sternovszky, nata Windisch Janka, presti attenzione a ciò che la vetreria, la tenuta Sternovszky e il fondo con cavalli, la casa sita nella città di Felvincz e le parti di bosco messe in elenco, rimangano unite nel modo espresso qui sotto, non abbiano a patire decrementi, bensì faccia tutto quanto sia nelle sue possibilità per accrescerle, e continui a badare ai miei beni terreni com’ io fossi ancora presente al fianco suo.
Il mio figlio primogenito, Bálint Sternovszky, abbia la legittima all’età di ventun’ anni. Diventi sua la vetreria e le parti di bosco indicate dal punto 1 al punto 7 dell’elenco. Il mio libro giornale e le altre mie note passino nelle sue mani alla data sopra indicata.
Il mio figlio secondogenito, Zoltán Sternovszky, abbia all’età di ventun’anni il fondo di famiglia con i cavalli, a condizione che esso riesca ad assumersi l’onere d’amministrarlo di persona.
Nel caso contrario si trasmetta il fondo al mio figlio minore, Kálmán Sternovszky, il quale abbia inoltre in eredità le parti di bosco indicate dal punto 8 al punto 12, nonché la mia quota di proprietà nella miniera di minerali metallici di Torda.
Nel qual caso il fondo con cavalli passi a lui, la proprietà della miniera e le parti di bosco elencate dall’8 al 12, finiscano invece nelle mani di suo fratello Zoltán.
Mia moglie rimanga proprietaria senza condizioni della casa sita nella città di Felvincz, e di tutte le res mobilis ad essa connesse, inclusi i servizi da tavola in oro e argento, i gioielli, la somma in denaro ammontante a 12000 fi. ivi allocata, sul cui luogo esatto abbia informazione.
Ho scritto tutto questo con mente lucida, libera volontà, e nel pieno possesso della forza di giudicare.
Avrei dovuto sposarmi prima, così, ora, potrei avere intorno anche i nipoti.
Non gliene dette modo la sua confusa giovinezza. L’età dell’infanzia era trascorsa in ripetuto pericolo di vita. Almeno tre volte era scampato a morte sicura grazie all’infinita misericordia della Divina Provvidenza. La terza volta, malato di peste, l’aveano dato per morto, caricato su d’un barroccio e trasportato fino in fondo al cimitero, poi buttato nella fossa comune. Era pieno inverno, faceva un freddo tremendo, trascorse la notte intirizzito, ma in qualche modo, all’alba, il soffio della tornò nel suo organismo. Dovette fuggire in altre contrade ove non sapeano che avea il contagio, a casa, sennò, l’avrebbero ucciso.
La strada del suo destino partì dal nulla, fino ai quattordici anni la sua vita non valeva il prezzo d’una mezzarola di vino. Gli zigani lo presero e vagabondò con loro, fece il servo a poveri boscaioli, adjutò i carbonai in cambio di cibo e alloggio. Ma nel fondo dell’animo nutriva una fede: sapeva di poter fare molto più di tutto quello, e prima o poi sarebbe venuto il giorno per dimostrarlo. In seguito, quando, con l’aiuto di Dio, il suo destino voltò verso il meglio, non scordò mai nemmanco un briciolo – e con tal memoria come avrebbe potuto? – delle sofferenze e delle umiliazioni avute in sorte nel periodo in cui era stato pezza da piedi per chiunque.
Ebbe lavoro come garzone di stalla in un fondo, il cui padrone era il generale Onczay, che provava il massimo dei piaceri nelle corse dei cavalli. Costui posò l’attenzione sul premuroso giovine, non appena si rese conto che parlava fluentemente la lingua alemanna. Da prima lo provò come stalliere, poi lo assunse come jockey, perché quel ragazzino dotato d’esiguo peso corporale, con gambe storte a guisa d’una “O”, era meravigliosamente atto allo scopo. Kornél, istruito che fu alle corse dal generale Onczay, in sella ad Arabella, non incontrò avversari in grado di sconfiggerlo. Andarono a gareggiare anche all’estero, prima in Austria, poi in Inghilterra, conquistando qui il terzo posto, là il secondo. Ricevette offerte generose da diversi nobiluomini ma rimase fedele al generale Onczay ed egli, dopo il loro ritorno in patria, lo ricompensò, dandogli in regalo una delle sue tre scuderie, quella sull’altipiano di Galócz. Si chiamava – in omaggio al primo mastro stalliere – puszta Sternovszky.
Kornél moltiplicò velocemente il numero e il valore dei cavalli, niuno, meglio di lui, sapeva prevedere con sicurezza cosa sarebbero stati in grado di combinare i puledri se allenati a dovere. Sulla magra terra coltivò erba medica e avena fatta giungere dall’Inghilterra, vendette le eccedenze per cospicue somme di denaro ai padroni delle altre scuderie. Col tempo assunse il prenome Sternovszky.
Sul conto del generale Onczay si diceva avesse tradito il Principe Reggente. Kornél non ci credette mai. Un uomo così buono non sarebbe stato capace di commettere una simil cosa. Il generale divenne un vecchio patriarca dai capelli bianchi come la neve e, fino al giorno della sua morte, trattò Kornél come fosse un amico di pari grado. Compiuto ch’ebbe il ventiduesimo anno, lo invitò al castello per una seria chiacchierata. Si sedettero sulla terrazza di fronte a un bicchiere di vino. Il vecchio signore evitò i giri di parole, andò subito al centro della questione: - Allora figlio mio, cosa vuoi fare con il tuo matrimonio?
Kornél imporporò: - Beh… al momento... io... non sono ancora pronto.
- Invece è proprio il momento giusto. Hai un podere, una solida riputazione, niente ti manca per costruire una famiglia. Vivere senza una donna, quando ci si può sposare, è un supplizio.
Kornél era perfettamente inesperto in questo campo. S’era sempre vergognato delle sue gambe, non voleva spogliarsi in presenza d’un altro essere umano. Anche se le tentazioni carnali lo tormentavano regolarmente, soprattutto verso l’alba, il desiderio lo bruciava con tale forza che gli bastava voltarsi sulla pancia per versare il suo seme. Talvolta la cosa gli era capitata anche seduto sulla schiena del cavallo. Finallora non avea mai sfiorato una donna. Una sola volta – dopo lunga esitazione – avea convocato una sgualdrina, era il periodo delle corse in Inghilterra, ma prim’ancora che qualcosa fosse successo egli si riprese metà del denaro e scacciò dall’albergo la ragazza che bestemmiava con tutto il fiato che avea in gola. Raramente si recava in società, sull’altopiano di Galócz non avrebbe avuto comunque posti ove andare, mentre giù in città continuavano a reputarlo un buono a nulla e lo deridevano, dietro alle spalle, per la sua “r” arrotata secondo la pronuncia alemanna.
Alla successiva occasione, il generale Onczay giocò l’ultima carta, proponendo a Kornél una delle sue nipoti, provvista d’un’onesta dote. Kornél sentì di non poter dire no, e anche stavolta s’affidò ciecamente al suo benefattore.
- Allora, quando ti presento alla famiglia di modo che così puoi giudicare la ragazza con i tuoi medesimi occhi? – generale Onczay.
- Non è necessario. Colei che piace al mio buon signore deve piacere anche a me.
Le nozze furono celebrate quell’istesso anno. Il generale Onczay fece da testimone. Janka Windisch piaceva davvero a Kornél, rimase colpito soprattutto dalla pelle particolarmente pallida e dalle spesse trecce color della canapa. I Windisch - una famiglia di baroni austriaci – s’erano imparentati cent’anni prima con gli Onczay con un matrimonio criticato allora da entrambe le parti. Accettarono Kornél Sternovszky come fidanzato con qualche minima riluttanza, la raccomandazione del generale Onczay ebbe un gran peso.
In viaggio di nozze si recarono dai parenti italiani della famiglia Windisch, nella città di Tergyest – Tergestum in latino. Per più giorni si spezzarono i lombi traballando su di una carrozza a molle, giunsero stanchi morti ad un cascinale edificato sul fianco d’un colle, donde, quasi da ogni punto, si vedeva il mare. Kornél rimase talmente ammaliato da quella distesa infinita d’acqua che trascorse la prima notte sul balcone con voltata, su una sedia lunga. La novella sposa l’attese per tutta la notte. Il giorno dopo, giunta la sera, Janka Windisch prese per mano il signor marito e lo accompagnò nella stanza da letto, fino al baldacchino. Kornél si fermò, colto da un lieve impacciamento, osservò il camino ove ardevano grossi ciocchi di legno. Janka gli voltò la schiena, si tolse una ad una le sopravvesti, indi la biancaria. La schiena ignuda ricordava l’avorio, scintillava nei riverberi del fuoco. Si distese fra i lenzuoli ricamata di merletti veneziani. – Che cosa attende il mio signor marito?
Kornél non si mosse. Ardeva di desiderio, ma non seguì la donna dentro al letto: - spenga prima la luce!
- Prova forse vergogna al mio cospetto?
Kornél non rispose, abbassò il lucignolo della lucerna. La principale difficoltà che le gambe storpie gli procuravano era lo sgusciare fuori da’ calzoni da signore: egli vi riusciva solo con grande pena. Per questo motivo, nei giorni normali, indossava brache di tela come gli stallieri. Rotolò al fianco di Janka, sotto il guanciale imbottito di piumino, fresco e morbido al tatto. Tremava e ardeva nella febbre. Non avea la menome idea di qual potesse essere il successivo passo. Niuna anima umana poteva supporre che un uomo adulto fosse così imperito. Il generale Onczay l’avea instradato all’argomento dicendo soltanto: - E poi devi aver pensiero per il fatto principale!
Janka avea ricevuto l’educazione ai misteri del sesso dalla madre e dalla zia. Ma secondo loro sarebbe stato l’uomo a prendere l’iniziativa in mano, ella avrebbe dovuto solo pazientare, cercando la posizione per sentire il meno dolore possibile. Così fece, aspettando docilmente. Trascorse un bel po’ di tempo, tese l’orecchio al respiro rotto dell’uomo, poi raccolse il coraggio e sfiorò la spalla di Kornél. A questo punto anche lui agì similmente. Le mani lente e timide s’avventurarono su di lei, di tanto in tanto si bloccavano, quindi proseguivano con cauti progressi sulle parti del suo corpo traendone maraviglia: dunque saresti fatta così? Al che la zona sfiorata replicava: sì, io sono così! Su, continua, conoscimi più approfonditamente!
Dentro di lui s’accesero le polveri, il sangue batteva le vene come un tamburo, bollenti correnti d’aria si scontrarono e mescolarono, suoni d’estasi eruppero dalla fessura tra le labbra. Kornél uscì quasi fuori di sé. E allora – allora!
Immagini. Scene conosciute che gli sembrava d’aver già viste in qualche luogo, in altri tempi. Notti nuziali di altri uomini. Nella prima figurazione un uomo massiccio esitava armeggiando con la fibbia de’ calzoni intarsiata da una pietra rossa, e Kornél improvvisamente capì, vide suo padre morto da tempo, durante la prima notte di nozze, e quella giovane fanciulla con le fossette sulle gote e i capelli crespi poteva essere solo sua madre, da cui avea ereditato il sorriso seclero. Seguì un uomo con la schiena curva, gli occhi e i capelli negri come la notte, era sicuramente suo nonno, solo le masserizie di casa eran mutate, ma l’espressione del volto e l’esitazione gli somigliavano a pennello. La nonna, l’avea vista soltanto in un medaglione, quando era bambino, si chiamava Gisella, e dopo la sua morte il nonno era diventato canuto. Apparvero ora anche i bisnonni, nella casa di legno edificata alla lesta nei boschi, sul fianco di montagne che arrivavano al cielo ricoperte da neve, sui loro volti impacciati tremolava la luce delle vampe del focolare. E così via, bisavoli, trisavoli, arcavoli senza nome per dodici generazioni, Kornél li guardava stupito, viaggiando attraverso il passato inciso nella sua mente.
- Non sta bene? - Janka Windisch.
Kornél sorrise per consolarla e replicò: - Questo è il momento più beato della mia vita.
Ebbe il vago sentore d’aver visto un’altra volta una simile cascata di immagini, ma non ricordò quando fosse stato. In seguito immortalò queste apparizioni nel suo libro giornale.
Kornél onorò sempre sua moglie nel corso del loro matrimonio, godette con dovizia le delizie di Venere, ma quello sprofondare nelle casematte d’una volta non accadde mai più. Perché proprio quella notte, la seconda del suo viaggio di nozze, gli abissi del passato si spalancarono alla luce? – a questa domanda non trovò risposta.
Quando nella sua vita vera, giovane e alacre, s’addentrò per la prima volta tra gli alberi dei boschi appena addivenuti in suo possesso, con lo schioppo da caccia in mano, non capì nemmeno lui per che motivo, giunto che fu in una radura, esclamò festoso: - Qui, in questo sacro luogo, cominceremo a fabbricare il vetro. – Tornato a casa, lo ripetè con l’istessa enfasi, cambiando soltanto il “questo” con un “quel”.
- Perché? – Janka.
- Così faremo commerci di luce – annunciò con il volto trasfigurato dal fervore d’un santo.
Né gli argomenti equanimi di sua moglie, né gli svariati calcoli del suo intendente, lo dissuasero dalla quella decisione. E non lo turbò il fatto che l’incandescenza della fonderia nuocesse ai suoi deboli occhi riparati dietro l’occhiale composto da due lenti scure. Fece giungere due mastri dalle terre di Sassonia, e meno d’un anno dopo già cossero i primi vetri piatti da calettare negli stipiti delle finestre. Poi i fiaschi per cantine, le damigiane da vino, e tutti gli altri manufatti. Il commercio fiorì rapidamente, da tutte le contee affluivano i committenti. Janka chiese centinaia di volte: - Come potevi saperlo?
Non osò mai svelare che s’era trattata d’un’ispirazione celeste. Ora, sul letto di morte, che non poteva più trasmettere a sua moglie e ai suoi tre figli ciò che avea visto, il flusso delle immagini ricominciò a scorrere inaspettatamente. Grazie ad esse avrebbe finalmente potuto sapere cosa l’avea spronato, all’età di trent’anni, ad abbandonare il prospero allevamento di cavalli per fondare una vetreria nel mezzo della boscaglia ereditata dal ramo di sua moglie. Gli scorse davanti la storia del casato dei Csillag su sbiaditi pannelli dipinti. Vide suo padre Péter Csillag, e il di lui padre, Pál, che s’era stabilito in Baviera a guadagnarsi il pane quotidiano con il mestiere del conciapelli, ma prima di far questo avea posseduto una vetreria ben avviata nel Felvidek la quale era stata distrutta dai turchi. Vide il bisnonno paterno, János, fuggire di casa quand’era ancora un ragazzo e poi morire in una delle campagne di guerra del celebre Miklós Zrínyi: una palla di cannone turco gli avea spaccato il corpo in due mentre si raschiava il fango dagli stivali.
Vide se medesimo, bambino, aggrappato a un cane dai fianchi macilenti e il pelo incrostato di terra. Sì... allora, molti anni prima, anche là nella radura avea avuto una visione prima di perdere i sensi, ma non sapeva com’eran da intendersi quelle immagini che gli parevano confuse. Vide ora, nuovamente, nonno Czuczor mentre interrava alcune cassette in fondo al giardino, dietro l’aiuola delle rose.
- Il tesoro! I tesori del nonno! Le rose... – volle urlare. Ma la sua bocca non glielo permise.
I parenti in lutto non afferrarono una sola parola di quel rantolo, pensarono che Kornél Sternovszky non fosse più padrone di se stesso. Qualcuno gli appoggiò delle pezze bagnate sulla fronte, le gocce fresche gli rotolarono lungo le tempie. Chiuse esausto gli occhi. Udì il parlottare dei suoi famigliari, i mantelli e le gonne che frusciavano sul pavimento della stanza, e quei rumori gli ferivano le orecchie. Pensò di nuovo a come sarebbe stato più semplice se lo avessero lasciato solo. Vide il cane Málé, allora il suo unico compagno, agonizzare tra le sue braccia. Forse anche Málé avrebbe voluto andarsene da questo mondo in solitudine.
S’era spaventato a morte quando il cielo, in pieno giorno, s’era rabbuiato e il nero avea ingoiato il sole. In seguito glielo spiegarono: s’era trattata d’un’eclipse. I suoi occhi non si rimisero mai più dalla bruciatura di quella visione, rimasero sensibili, lacrimavano facilmente, si stancavano in fretta.
Ecco il bilancio finale: nel corso della mia vita ho ricevuto per ben tre volte il magnifico dono della Visione da Dio, e questo non è poca cosa. Sarebbe peccato s’io mi lamentassi che la terza volta è giunta così tardiva. Infinito è il Suo potere, imperscrutabili i suoi disegni. Posso confidare che sarà generoso anche con i miei figli?
Sentì una plumbea stanchezza. Appoggiò le braccia sul torace come le statue sui sarcofaghi. É venuto la mia ora. Mi rimetto nelle Sue mani. Fiat voluntas tua Domine.
Che bisogno c’era stato di gettare il tè bollente in faccia al mastro di fornace! E poi, perché avea rincarato la dose incitandolo ad impugnare la spada? Eppure lui, Kornél Sternovszky, non s’era mai distinto nel maneggio delle armi. Il rude maestro di fornace, invece, avea la fama d’aver di dozzine di duelli. Al primo incrociar di lame gli fece cadere l’arma dalla mano e con l’istesso movimento gli conficcò la sua nel corpo, dall’alto verso il basso. Sentì chiaramente nel petto come se un mare di sangue bollente spruzzasse al vento.
Quando, nel quarto anno dell’età, fu raccolto da uomini di buona volontà – nomadi zigani – avea in corpo sol più un filo di vita. Rimesso che fu in salute, per giorni rugliò e ringhiò come fanno i cani. Essi credeano non sapesse parlare. Trascorsero settimane prima ch’egli si riabituasse alle parole umane. Ora, disteso nel letto, era di nuovo incapace ad emettere suoni d’alcun tipo, e di nuovo fu avvolto da un’oscurità orribile e umida.
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